La ragazza senza nome

I Dardenne sparano bene…

Io continuo a preferire L’Enfant, ma anche questa Ragazza senza nome non sbaglia…

La cosa più fantasmagorica è il montaggio, è di quelli “per analogia”…

Per capirsi: gli stacchi li vedi, e lì lì ti dànno anche fastidio, ma poi ti accorgi che legano un frame all’altro con molta forza…

Un esempio: si vede la protagonista nel suo ambulatorio, si fa uno stacco repentino che quasi ti disorienta, perché cambia tutto, cambia ambientazione, cambiano i vestiti e le espressioni della protagonista, e tu non sai quanto tempo è passato, perché c’è stato questo cambiamento, dove siamo: questo smarrimento dovrebbe recidere ogni legame con il frame precedente in ambulatorio, ma, invece, piano piano ti rendi conto che la protagonista del nuovo frame, pur vestita diversa, è in una posizione identica a quella del frame precedente: per cui, più che uno stacco, nella tua mente si crea una trasformazione tra i frame, come se uno confluisse nell’altro in una dissolvenza inconscia che crea la mente per compensare la repentinità dello stacco…

Non so se mi sono spiegato, ma questa tecnica dà al film una obliquità onirica che si insinua nell’iperrealismo della messa in scena: le scene, a un certo punto, sembrano più immagini ipnagogiche di Dalì e Buñuel, in cui i personaggi appaiono dal nulla dove prima non c’erano…

Un’atmosfera a cui contribuisce il punto di vista, la macchina, che appare davvero come un’entità che è lì nel mezzo senza volerlo, che sia lì presente come una persona che non c’entra niente: e infatti è una macchina che si nasconde, che spesso evita di guardare, o che guarda solo la protagonista, con un florilegio di sensi “fuori campo” davvero fantasmagorici… Proprio come in un sogno, o come in un reportage censurato, noi vediamo spesso solo parzialmente quello che succede, e il quadro totale non ce l’abbiamo…

Questa obliquità sottolinea la scissione della realtà: una realtà in cui tutto sembra normale, ma in cui tutti si odiano e pensano ai cavoli loro (come la macchina stessa, che non riesce a vedere nei “cavoli” degli altri perché è estranea agli altri), e in cui la violenza c’è ma sembra che non ci sia: l’emarginazione c’è ma tutti sembrano volerla nascondere: l’amore familiare c’è ma è ambiguo, geloso, quasi violento…

Non è tutto rose e fiori per uno spettatore normale: è lento e difficile, e la struttura a quest risulta in scene spesso uguali della protagonista che chiede la stessa cose mille volte, in modi molti simili al film precedente dei Dardenne, Due giorni, una notte, con un senso di déjà vu spesso ingente…

Però è davvero un capolavorone, anche perché illustra perfettamente come l’integrazione non esista, poiché tutti si odiano e tutti sono rinchiusi nelle loro comunità violente, nonostante le apparenze perbeniste: un film, quindi, che illustra perfettamente la precarissima situazione del Belgio, una situazione di lotte intestine e di violenze domestiche che producono omicidi privati e anche attentati… con la polizia, spesso, che si preoccupa di cose inutili…

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