Giorno 116, Anno VII dello Stato Tirilullino
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Leggere Мы di Zamjatin è faticoso… credevo fosse più facile…
invece fa molti discorsi…
sono a più della metà ma non vedo l’ora che arrivi il Romanzo teatrale, anche se sono convinto che non sarà migliore: Bulgakov è altrettanto difficile… così come è difficile l’alternativa che ho qui a casina: Comma 22 di Joseph Heller… lunghissimo… se lo cominciassi lo lascerei a metà come ho fatto con Corporale di Paolo Volponi…
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Il dramma è che le riflessioni che fa Zamjatin sono ottime… mi aggiungo a coloro che dicono che molto interesse per il romanzo può derivare dall’interpretazione mitico-archetipica quanto che da quella politica (ovvia, indispensabile ma anche facilior e più battuta)
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il dramma è la lunghezza a fronte di una certa esiguità di eventi, e una prosa simile a quella di William Golding in The Inheritors: il punto di vista è così a basso fuoco che spesso fai molta fatica a distinguere quello che succede – poiché non descrive quello che succede ma le sensazioni, e quindi non hai appigli visivi che ti facilitano l’immaginazione…
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in quest’estate stranamente densa di libri abbandonai Le affinità elettive di Goethe proprio perché non era “visivo”…
e cominciai Á rebour di Huysmans, che, paradossalmente, è molto simile a Мы…
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Forse la lettura più liscia e più breve (pochi giorni) è stata quella di L’insostenibile leggerezza dell’essere di Kundera…
Di On the Road di Kerouac ho letto una traduzione sicuramente poco filologica e mi è dispiaciuto non avere tra le mani il “rotolo” edito da Mondadori… anche se il suo aspetto (visto nella Feltrinellina di Macerata), senza capitoli e senza parti volute dall’editore, mi avrebbe forse reso faticosa la lettura: io abbisogno di capitoli su cui riflettere e pensare, delle micro-conclusioni che mi aiutano ad assimilare il contenuto…
però la cosa migliore sarebbe stato avere accanto il “rotolo”, in un’edizione/traduzione più moderna e analitica, da collazionare con la mia, di più svelta lettura, ma priva di qualsiasi apparato: avere il “rotolo” accanto per controllare una sorta di “verità” che la mia traduzione sentivo che non aveva al 100%…
ciò non toglie che, forse, avrei preferito comunque la versione dell’editore… così come mi piace il Blade Runner con le voci fuori campo e il paesaggio montano finale…
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queste sono le mie VERGOGNE di filologo…
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che sembrano per fortuna non intaccare la musica: delle opere mi interessa sentire ogni varietà e ogni interpretazione… mi piace valutarle, quelle che sento, con lei…
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Kundera (pensiero che mi ritorna) era un paradiso di visività e di speculazione filosofica unite insieme: forse per questo l’ho letto molto velocemente (per i miei standard, ovviamente)… tutto nei pomeriggi di Macerata, con l’ultima trentina/quarantina di pagine in treno, da Assisi a Firenze…
non che lo abbia compreso al meglio eh: il vecchio comunista in me ha faticato a trovare una collocazione buona alla rifelssione anti-comunista, ma ha adorato la presa in giro anche dell’anti-comunismo globalizzato…
perciò la cosa si trasformava in un anti-comunismo personale, che vedeve in Dubcek redento una via possibile al di là del terrore… un po’ come la DDR di Goodbye, Lenin…
se Kundera voleva dire quello, allora mi ha fatto piacere!
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e l’esistenzialismo ecologista è sempre carino…
con la morte finale, ma, non dissimile dal finale non filologico di Blade Runner e quello standard di Legend…
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ma la riflessione è amara e stimola ancora la mia vergogna filologica:
L’insostenibile leggerezza dell’essere è esattamente contemporaneo a Blade Runner e 1997: Fuga da New York… il finale non ha il graffio di Carpenter, ma può somigliare molto di più al finale filologico di Blade Runner: quando comprendono che si sono sempre amati e i mostri psichici si sono dissolti all’alba (come i sogni), loro si allontanano su per le montagne (finale corrotto) – e ciò potrebbe somigliare al finale vero nella balera, mentre ballano — oppure cercano scampo da una società ancora pessima e noi non conosciamo il loro destino, poiché si chiude solamente l’ascensore e non sappiamo dove loro andranno, potremo solo sperare, anche se sappiamo che i 4 anni passeranno in fretta – così come sappiamo che Tomas e Tereza sono in realtà già morti quando leggiamo la loro epifania esistenzialista ecologica…
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beh, oh…
tutto questo è comunque una salutare scorpacciata dei migliori anni ’80 e mi edulcora la vergogna, poiché, come vedete, io non sconfesso il finale filologico come fanno i melomani, io lo voglio conoscere come quello corrotto, così da valutare ogni cosa come voglio…
così come voglio conoscere sia lo struggente duetto soprano-flauto nella Lucia di Lammermoor, sia la versione urtext dell’autografo…
in attesa che un filologo faccia una scelta intellettuale e storica che nulla toglierà al valore e alla suggestione della memoria corrotta… sarà una memoria comunque più consapevole!
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e vorrei tanto essere io quel filologo, anche se non è possibile!
uffi!
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