Lo sai cosa faccio il più delle volte?
la guardo…
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per davvero!
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dormiamo spesso con le nostre teste rivolte dalla parte opposta, ma quando ci svegliamo ci cerchiamo subito, ci abbracciamo, e poi ci si allontana un attimo per guardarci…
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spesso mi alzo quasi per vederla tutta, quando è beata, nuda, sdraiata…
sembra una statua…
spesso succede di sera, al tramonto (quindi presto in questo autunno appena finito e in inverno appena iniziato), e la luce di taglio delle tapparelle nuove la rende come di marmo, di alabastro…
quando è così la guardo e basta per un po’… poi la sfioro appena, quasi con i polpastrelli: e la sua pelle è davvero di alabastro, è morbidissima, è liscissima, ed è presentissima, vibrante quasi, percepisco che è “materia”, proprio come una statua, un’opera d’arte che puoi sentire, percepire in volume, in esistenza…
il suo viso è diverso in questi casi: è più liscio…
la sua bocca si “dipana” (quando, normalmente, ha la forma della “bimba brava”: è a forma di cuore)…
quando la abbraccio da dietro, soprattutto, e le bacio il collo, lei si gira per baciarmi le labbra, e lì vedo che la sua bocca è diversa: non è più un cuore ma è davvero una bocca: il labbro inferiore le si ingrandisce, quasi… la superficie delle sue guance è quasi di perla, il suo collo è come un alimento fresco, un frutto, o come un cuscino…
la accarezzo baciandola e vedo i suoi piedi muoversi, tremanti, distesi…
ma soprattutto i suoi occhi…
sono proprio occhioni…
non sono oceani, ma davvero galassie, universi: non con continenti, ma interi pianeti in cui andare all’esplorazione…
quando è così, senza trucco, e perfino sgaruffata, ha uno sguardo onnicomprensivo: dolcissimo e innocente, giovanissimo, fanciullo, primario…
uno sguardo come se non fosse consapevole del tempo che passa, e neppure consapevole di lei stessa: uno sguardo “prima dello sguardo”, come se fosse un primissimo sguardo sul mondo… uno sguardo prima del tempo e dei “nomi delle cose”: uno sguardo puro, quando è solo sguardo e nient’altro, prima del giudizio, prima della “registrazione” classificatoria…
non è immediato come altri sguardi imbambolosi che ho visto (Georgina, per esempio [St. Trinian’s School for Bad Girls], o la Lottola), e neanche cerbiattoso come quelli che di solito piacciono a me (come certi sguardi della Signora, della Cordischi, perfino di Angelica, di certa Claudia in buona), è più simile a uno sguardo “freddo” del Droide, ed ecco perché non è “immediato”…
è lì quando siamo solo noi…
è uno sguardo sicuro e “spotless”…
che nasce ogni volta nuovo…
ecco perché non è “freddo”: è il massimo della sicurezza, della fiducia…
guardarla con quello sguardo mi inebetisce…
non mi imbambola come gli sguardi precedenti, ma mi “consola”: non mi fa stare lì come una pera cotta a VEDERE e cioè a fare quello che fino ad adesso ho fatto, anche raccontando e facendo gli spettacoli: io vedevo soltanto storie di altri che non potevo vivere di persona: il mio era solo uno sbirciare, un essere al cinema contemplando incantato e imbambolato, appunto, le vite degli altri — e l’imbambolamento davanti a un paio di occhioni non prevedeva, quindi, l’agire, ma solo il restare lì in contemplazione (infatti è sempre stato così che rimanevo guardando Georgina)… invece con lei non mi imbambolo: il suo sguardone di universo, primordiale (addirittura “prenatale” o “natale”, dato che è come uno “primo sguardo”), mi fa agire, mi fa “sognare” invece che sbirciare e vedere inattivamente…
infatti, quasi automaticamente, quando vedo il “primo sguardo”, la abbraccio: mi viene automatico… il suo sguardo mi fa agire… mi fa “stringerla”, mi fa venire il bisogno di “sentirla”…
è davvero con quello sguardo che realizzo il pensiero del Conte di Luna: «sperda il sole d’un suo sguardo la tempesta del mio cuor…»
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il tutto è amplificato dalla completa sua non consapevolezza di avere il “primo sguardo”…
quando glielo faccio presente, lei mi guarda diffidente, in modo felino (lei è un gatto, in fondo), con uno “sguardo killer”, anch’esso adorabile…
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questo suo “primordio” è come il preludio dell’Oro del Reno di Wagner (quello da sentire quando il cane sente che sta tornando Viola, nel prato, all’alba, ne Il barone rampante di Calvino), come l’attacco notturno della Alpensinfonie di Strauss… o come la “genesi” seriale del Flood di Stravinskij… il suo respiro mi circonda… come le stelle del mi minore di Wagner…
è con lei che il sogno e il pratico trovano sintesi: si uniscono…
è con lei che si realizza una sorta di mia personale “Bella Addormentata” da me tanto teorizzata in questo periodo (Mesmerizing e La Belle au Bois Dormant): un sogno che è anche assolutamente pratico, un sogno già realizzato…
con lei quasi ha soluzione il “sogno ch’io vorrei sempre sognar” che sottindente a molti miei post…
quasi come se sognassimo insieme, come nel finale vaneggiato di Mesmerizing…
ma non è sogno: è vera materia, è reale realismo, anche crudo ed esplicito, fatto di profumi, sapori, strizzate e amplessi…
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io non so cosa tutto questo rappresenterà nel futuro:
se saranno visioni che si avverano su vecchiaie e montagne
o se sarà un qualcosa che si esaurirà nell’impraticabile, o nell’acrimonia di non “essere riusciti a realizzare le visioni”…
ma le visioni io non ce l’avevo…
quindi, per adesso, sogno e basta questo sogno vero, semplicemente guardandola…
la guardo…
perché davvero un suo sguardo mi placa, o mi domina navigandole, le tempeste…
e, soprattutto,